Avrei dovuto insospettirmi ma non mi sono insospettito perché non era la prima volta che passava tutta la notte a leggere. Da quando lei ha smesso di esserci anche lui ha cominciato un po’ alla volta a esserci un po’ meno. Capitava che un rumore di vento o un colpo di tosse mi svegliassero nel cuore della notte e scoprivo che nel letto c’ero solo io. Lo scoprivo avvicinandomi alla ricerca di calore, mezzo addormentato, un centimetro alla volta scivolando sopra al lenzuolo e a forza di avvicinarmi scoprivo che non mi stavo avvicinando a niente. Allora iniziava la trafila: scendevo dal letto, camminavo attraverso il corridoio buio, una sosta in bagno e un’altra in cucina perché va bene il mistero, va bene il dramma, ma niente potrà mai sconvolgere l’ordine delle mie priorità: prima quelle fisiologiche, poi quelle meno logiche. Infine il salotto e immancabilmente lo trovavo lì, seduto sulla poltrona, quasi sempre a leggere, a volte a sonnecchiare o guardare nel vuoto, non di rado a piangere o sospirare. Ultimamente succedeva che tutte queste cose si mescolassero in un’unica attività indefinita che consisteva nel tenere gli occhi fermi sulla pagina, incapaci di procedere verso la parola successiva, a volte umidi di lacrime, a volte socchiusi da una stanchezza che non si trasformava mai in sonno per colpa dei pensieri, troppo duri e troppo pesanti per riuscire a diluirsi in un sogno.
Il suo ultimo libro è stato un vecchio romanzo francese intitolato Fanthômme, un calembour tra le parole homme e fantôme, come mi ha spiegato dopo averlo scelto. Scegliere il prossimo libro era un rito per lui, l’unico rito che avesse mai celebrato nella sua vita. Ispezionava tutta la libreria partendo ogni volta da un punto diverso, scorrendo l’indice ogni giorno più magro sui dorsi di decine di volumi, come se il contatto con le copertine potesse comunicargli qualcosa. Aspettava che qualcuno dei libri gli parlasse, «Scegli me! Scegli me!» ma lui passava oltre, salvo poi ritornare sui titoli che riuscivano a catturare la sua attenzione, a emergere per qualche motivo dall’indeterminatezza di un catalogo sterminato, talmente vasto da occupare diverse stanze e per ogni stanza tutte e quattro le pareti. Si domandava, spesso ad alta voce, perché la vecchiaia e la sparizione di lei gli impedivano ormai di pensare in silenzio, cosa sarebbe stato di tutti i suoi libri. E se lo domandava non per ottenere una risposta ma soltanto per verificare che la sua vita avesse ancora una forma, perché era quello l’unico dubbio che gli restava, l’unico interrogativo, l’unica questione che lo appassionasse. Ogni vita, mi diceva, assume la forma del dolore che la tormenta e la forma della mia vita è data dal dispiacere di dovermi separare dai miei libri. Per questo rifiutava di occuparsene, di predisporre un lascito o una donazione o di inviarli tutti quanti al macero dentro al rimorchio di un camion. Era essenziale per lui mantenere in vita il problema, perché il problema avrebbe mantenuto in vita lui.
«Leggerò Fanthômme», mi ha detto quella mattina, ed era determinatissimo a leggere Fanthômme nonostante Fanthômme si trovasse a pochi centimetri dal soffitto, addirittura più in alto, in linea d’aria, rispetto all’ingombrante lampadario del salotto, composto di lunghe frange di vetro impolverato che partivano all’altezza dei romanzi francesi del primo novecento e scendevano giù fino al livello dei testi sacri. Ma questo era il lampadario che ci ha sovrastati per tutta la vita e abbiamo imparato ad apprezzarlo nonostante l’ingombro e l’illuminazione scadente.
Accadde così che un uomo della sua età e nelle sue condizioni di salute salisse su una sedia scricchiolante, si allungasse sulle punte dei piedi e dirigesse le dita verso il punto in cui era certo di trovare Fanthômme, senza nemmeno bisogno di cercarlo nonostante il libro fosse stato riposto in quella posizione quarant’anni prima. La sua mente era ormai allagata dalle dimenticanze, dai finti ricordi, dalle ricostruzioni lacunose degli eventi e delle persone che avevano composto la sua vita, ma l’esatta collocazione di ognuno dei suoi libri era un’informazione che non sapeva come dimenticare.
Sottrasse dunque la sua copia di Fanthômme all’ordinamento meticoloso dentro al quale non avrebbe mai più fatto ritorno.
«Eccolo qui, Fanthômme, di Jacques Villarette. Scommetto che non l’hai mai nemmeno sentito nominare, Villarette.»
Si rivolgeva a me per non ammettere di stare ancora parlando con lei.
«Il libro l’ho ricevuto direttamente dall’editore. Si chiamava Baudengo, buonanima. Vedi, è scritto qui: Baudengo Edizioni. Avevano gli uffici al fondo di via Carlo Alberto, quando ancora esisteva l’editoria torinese, si capisce. Me lo consegnò lui di persona, proprio qui in questo salotto. Mi ha raccontato che aveva dovuto lottare contro tutta la redazione per conservare il titolo originale. Volevano costringerlo a intitolarlo L’uomo fantasma ma lui non ha voluto saperne. Il fanthômme è l’uomo del Novecento, mi diceva, e Villarette l’ha descritto perfettamente vent’anni prima di Musil, solo che nessuno se n’è mai accorto. Vedrai, mi diceva, un giorno eclisserà L’uomo senza qualità e il termine fanthômme diventerà una parola di uso comune. Il fanthômme sarà il negativo dell’übermensch, e quelli che lo chiameranno uomo fantasma saranno gli stessi pusillanimi che fraintendono Nietzsche parlando di superuomo, mi diceva. Sono sicuro che almeno tu mi capisci, mi diceva. E io facevo finta di capire. Gli ho promesso che avrei letto il libro e che ne avremmo discusso ma tu lo sai come sono fatto: ci sono cose che non mi riesce di fare ma soltanto di rimandare. Mi ha telefonato almeno quattro volte per sapere il mio parere ma io mi sono sempre negato. Ho smesso persino di passare da via Carlo Alberto per non doverlo incontrare. C’è stato tutto un periodo in cui dovevo pianificare con cura qualunque percorso per evitare di passare davanti ai negozi o alle case di tutte le persone che mi vergognavo di incontrare. La città era diventata un campo minato per me, allora un po’ alla volta ho smesso di uscire. Ma adesso sento proprio che è arrivato il momento di leggere Fanthômme anche se Baudengo non saprà mai cosa ne penso.»
Sono state queste le sue ultime parole. Si è seduto in poltrona e ha cominciato a leggere. Quando sono tornato in salotto per controllare era ancora lì, gli occhi fissi su una pagina. Teneva il libro sulle ginocchia lasciando un piccolo spazio per me sulle cosce. Ci sono arrivato con un balzo e mi sono disteso con la testa sulla carta aspettandomi che lui me la spostasse con una carezza. La carezza non è arrivata e come se non bastasse sentivo dissiparsi il calore sotto di me. Stava diventando un oggetto. Senza il calore non c’era più motivo di stare lì, tanto valeva distendermi sul tavolo o sul pavimento. Speravo nel sorgere del sole ma soltanto alcuni raggi di luce rifratta riuscirono a farsi strada attraverso la tapparella socchiusa: erano abbastanza forti da illuminare lui, seduto per sempre nella sua posizione preferita, ma non abbastanza da scaldare me. Ho cercato un varco attraverso il piccolo sportello ritagliato dentro la porta-finestra dello studio e sono arrivato sul balcone. Infilando la testa tra due sbarre della ringhiera potevo vedere il giardino sotto di me. Non mi era mai stato concesso di andarci ma forse era arrivato il momento di contravvenire alla regola.