Alle 9.51 di un raro giovedì prefestivo il suono di una notifica interruppe il profondo stato meditativo in cui era caduto il Capo Mediatore Valdimiro Lafaietta. Un osservatore malevolo avrebbe potuto crederlo addormentato, solo perché aveva gli occhi chiusi, le mani giunte sul grembo, la schiena rilassata, la coscienza abbandonata a un flusso automatico di reminiscenza e ricombinazione di ricordi, mentre lo stomaco cercava di scomporre in elementi digeribili una colazione tardiva e forse troppo pesante. Eppure Lafaietta poteva a tutti gli effetti essere considerato in servizio e infatti la notifica lo svegliò all’istante, o per meglio dire lo riattivò, ripristinò senza alcun tipo di latenza l’attenzione operativa richiesta dalla delicatezza del caso.
Lafaietta lesse attentamente il contenuto del fascicolo, o comunque lo scorse per alcuni secondi campionando le parti del testo che gli sembrarono più rilevanti. Aveva ormai sviluppato un suo metodo per accelerare l’acquisizione delle informazioni, trascurando le “variabili locali”, come nomi, luoghi e date, per concentrarsi su verbi e sostantivi, concedendosi tuttavia qualche sporadica sbirciata agli aggettivi più scabrosi o platealmente ridondanti. “Efferato”, “passionale”, “contundente” erano tra i suoi preferiti e poteva ormai avvertirne la presenza nella pagina con la stessa modalità con cui si notano gli occhi sul volto di una persona. Non era nemmeno lettura ma pura percezione di forme.
Sembrava trattarsi di un omicidio. Una persona aveva da poco cessato di vivere, presumibilmente per cause innaturali. La persona aveva avuto un nome, un cognome, una data e un luogo di nascita. Da oggi le sarebbero state attribuite anche una data e un luogo di morte. A questo si riduce, pensò il dottor Lafaietta, il corso dell’esistenza umana: niente più di quanto è possibile riassumere sulla superficie di una lapide. Lo pensò ma senza asserirlo, lasciando aperta la possibilità di inserire un punto interrogativo al termine della frase. A questo si riduce? Ma certo che no, pensò, c’è molto di più. Ci sono tutta una serie di fatti, spesso controversi, di relazioni, spesso problematiche, di percorsi, quasi sempre imprevedibili, e di tratti caratteriali più o meno evidenti, profondamente intessuti con (ma anche sepolti sotto e determinati da) quell’elenco di fatti e relazioni. Fatti, relazioni e attributi che rendono la vita di una persona un artefatto unico e non replicabile, eppure anche così fragile. Basta scontrarsi contro qualcosa di contundente o innescare una passione particolarmente efferata. Una vita è pur sempre un oggetto, per quanto astratto, e una volta terminata di lei non rimane che un testo.
9.56. Sottraendo la pausa pranzo restavano appena sette ore per risolvere l’omicidio prima che il lungo fine settimana fosse rovinato per sempre. Lafaietta salvò il fascicolo elettronico al centro dello schermo, da dove sarebbe stato più conveniente trascinarlo all’interno dell’interfaccia conversazionale; ancorò saldamente l’icona con il puntatore del mouse e con un movimento fermo la trascinò per i centimetri necessari a consegnare il file alla giurisdizione della Macchina.
Anni prima, quando era soltanto un pessimo prototipo di assistente virtuale incapace di interpretare correttamente la più elementare delle richieste, la Macchina era stata simpaticamente ribattezzata “Il Commissario Gipiti”. E continuavano a chiamarla Il Commissario Gipiti anche adesso che non c’era più niente da ridere, adesso che il Commissario era in grado di portare a termine in tempi brevissimi, e con una precisione spietata, indagini che avrebbero richiesto mesi di tentativi ed errori a una squadra di professionisti navigati. Oggi l’unico professionista richiesto da un’indagine di polizia era un soggetto come Lafaietta, cerimoniosamente incaricato dalle più alte istituzioni del Paese di sovrintendere al delicato compito della Mediazione Uomo-Macchina. Compito che agli occhi dello stesso osservatore malevolo di poco fa sembrava potersi ridurre al trascinamento e al rilascio di un fascicolo elettronico, alla digitazione della parola “risolvi” e al breve tempo di attesa per l’esito dell’indagine. Tutte cose che in effetti Lafaietta fece, ma le fece mantenendo una coscienza vigile, attento a rimarcare in ogni fase del processo quel Fattore Umano che era di fatto l’ultimo baluardo prima del definitivo sopravvento delle Macchine.
L’indagine si concluse in pochi secondi e il nome del colpevole apparve sullo schermo, accompagnato da un nuovo fascicolo elettronico contenente una sintesi del raffinato processo deduttivo che aveva portato il Commissario a individuare l’omicida con una probabilità di accuratezza dell’87%. Praticamente un reo confesso, pensò Lafaietta: con una percentuale così alta sapeva per esperienza che non valeva nemmeno la pena di mettere in dubbio l’operato del Commissario. Per non rallentare inutilmente il corso dell’inchiesta il Mediatore si limitò a scaricare il documento e inoltrarlo con la massima solerzia all’Autorità Preposta prima che potessero scoccare le dieci del mattino.